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C’era una
leggera nebbiolina il due ottobre 1925, quando Luigi Ruffino,
macchinista del locomotore che trainava il locale in arrivo da
Chivasso, aprì il finestrino e decise di fumarsi una sigaretta
in attesa del verde.
Le prime luci dell’alba iniziavano ad illuminare la campagna,
quando lo sguardo di Ruffino si posò su d’un grosso fagotto
vicino ai binari.
Incuriosito scese dal treno, si diresse verso quello strano
involto e appena potè osservarlo più da vicino si accorse che ne
spuntava un piede.
Nel frattempo altri curiosi avevano seguito Ruffino, qualcuno
più coraggioso sciolse le corde del macabro involucro da cui
spuntarono due gambe femminili con indosso ancora calze e scarpe
con i tacchi.
Bastarono quelle gambe per il riconoscimento che fu fatto da
Francesco Cattaneo, marito della poveretta.
Vita sventurata la loro.
Erina
lavorava sui marciapiedi di Via Saluzzo e Via Berthollet, mentre
il Cattaneo era coinvolto in traffici di droga.
Alloggiavano all’albergo “Gran Cairo”, uno di quegli alberghi
dove nessuno fa domande e nessuno vede nulla.
Dove si possono trovare prostitute e tiratardi, ma anche
intellettuali ed artisti in cerca di ispirazione.
Il “Gran Cairo”, si trovava all’angolo tra via Santa Teresa e
Via Roma, scomparirà intorno al 1913 quando Torino volle dare un
volto nuovo alla sua arteria principale.
Ma torniamo
alla povera Erina.
Il primo ad essere messo sotto torchio fu proprio il marito, il
quale avendo un alibi più che traballante, fu trattenuto.
Intanto altre parti della vittima, il tronco e le braccia,
vennero ritrovate in un pacco in via Antinori.
Aveva paura
Erina.
Lo dissero alcuni testimoni che l’aveva incontrata giorni prima,
era angosciata, ed a loro aveva espresso le sue paure e i suoi
timori proprio nei confronti del marito.
Pare che il Cattaneo, alcuni mesi prima, avesse ucciso uno
spacciatore di droga, un certo Leopoldo Fleishmann.
Il Cattaneo probabilmente aveva commesso il delitto per
questioni di droga e dopo aver dato appuntamento alla vittima in
una via che collega Torino a San Vito, lo uccise colpendolo con
un colpo di accetta alla testa.
Il crimine suscitò grande eco tanto che la testa dello
spacciatore con i segni del trauma, fa parte dei reperti di
Traumatologia conservati nel Museo Lombroso di Torino.
Fu il Cattaneo ad uccidere la Bela Rinin per paura che parlasse
troppo?
Nel frattempo
venne rinvenuta la testa di Erina, da due operai che lavoravano
sulla riva sinistra del Po, tra il ponte di Corso Regina
Margherita e la passerella Carrara, il tutto avvolto da alcuni
fogli de “La Gazzetta del Popolo” del primo ottobre 1925,
Dopo il ritrovamento degli ultimi resti, un uomo che lavorava al
“Gran Cairo”, si recò dagli investigatori, raccontando che dalla
porta socchiusa della camera in cui alloggiavano Erina ed il
marito, aveva visto il Cattaneo e altri due uomini che con carta
e corda stavano impacchettando qualcosa di grosso,
L’uomo forse si sarebbe dimenticato di tutto se non fosse stato
minacciato:
"Stai zitto, perché se parli ti facciamo la festa”.
Giudicato colpevole il Cattaneo fu condannato a trent’anni,
Bestini uno dei complici a cinque e il terzo …
… il terzo
non fu mai trovato. |
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